COLLABORA CON REGGIOSUD

FIRMA LA PETIZIONE PROMOSSA DA REGGIOSUD"NESSUNA STRADA PER GIORGIO ALMIRANTE A REGGIO CALABRIA" . TI CHIEDIAMO SOLO POCHI SECONDI DEL TUO TEMPO PER REGISTRARTI, FA LA COSA GIUSTA. E SE HAI UN SITO, COPIA IL CODICE E INSERISCI IL BANNER DELLA PETIZIONE NEL TUO SPAZIO WEB

26 gennaio 2009

Gabbiani ipotetici

09 gennaio 2009

Per il 2009 "pensaci Giacomino"

di Antonio Calabrò-Mangas Colorado
E’ terminato anche questo interminabile 2008, siamo ancora vivi e liberi di picchiettare le nostre tastiere, e questo già è un gran bene.
La situazione complessiva del paese è, a dir poco, nauseabonda.
Non penso che in Italia ci sia mai stato un periodo così ricco di cattiveria, egoismo, stupidità, superficialità, ipocrisia.
Controvalori che si sono diffusi in ogni settore. Nulla è rimasto integro.
Cerco speranze ovunque, ma anche le speranze mi sembrano fatue come tutto il resto.
Polemiche sterili mentre la nave affonda, e ciascuno cerca un angolo di mare libero verso cui tuffarsi, come non sapendo che il gelo delle onde non fa differenze.
Da votante di rifondazione comunista sin dalla sua nascita, oggi vivo un sentimento contrastante di delusione, rabbia, impotenza, verso la situazione del partito che doveva rappresentare il meglio della natura umana, esprimendo una classe dirigente autenticamente nobile, disinteressata, propositiva, creativa, forte, innovativa, capace di slanci autentici e sinceri.
Una classe dirigente che traducesse in fatti le aspettative non solo dei propri elettori, ma di tutti. Una classe dirigente che fosse capace di interpretare oltre le banalità consunte quelle che sono le speranze degli italiani.
Una classe dirigente che, a partire dall’esempio, fosse un faro a vista per tutti quelli che vorrebbero qualcosa di più dalla politica oltre che il blabla polveroso dei salotti televisivi.
Una classe dirigente capace di trovare accordi in nome di un obiettivo comune.
Capace di distinguere l’utopia dalla realtà.
Capace di promettere il realizzabile, e non l’assurdo.
Vorrei votare per un partito nel quale ritrovare persone capaci di amare.
Persone per le quali la battaglia ha un senso solo se condotta per amore.
Per amore della gente, per amore del mondo, per amore della vita.
Amo la vita. Amo le persone, anche quelle che detesto.
Non voglio essere servo di nessuno, e non voglio neanche avere servi al mio servizio.
Non voglio che nessuno decida per me, e non voglio essere io a decidere per altri.
Vorrei piuttosto che, in nome di una vita migliore, tutti fossimo disposti a rinunciare a qualche pezzetto di egoismo, per trovare un accordo.
Abbiamo una nazione nella quale si elegge il miglior libro dell’anno e vince Harry Potter. Cazzo.
Un vuoto gigantesco che si fa largo fagocitando tutto e tutti.
Vorrei una classe dirigente che fosse capace di opporsi a tutto ciò, con la forza straripante delle idee; che fosse capace di fantasia. Che con la fantasia distruggesse le armate del nulla.
Invece vivo con l’ombra dell’ennesimo scisma addosso. Ci manca l’ennesimo scisma. Più stupidi dei Bizantini. Più sciocchi degli anarchici di Pontelungo. Fatui.
Il mio augurio per il 2009 è che non ci sia alcuna scissione nel partito. Se ciò dovesse accadere, sarebbe la prova che i controvalori di cui ho parlato prima si sono diffusi ovunque.
Non esistono scuse, per la mia mente sempliciotta.
O la classe dirigente dimostra di essere insensibile ai valori del resto del mondo politico, oppure è finita. E deve essere una insensibilità sincera.
Auguro a tutti i dirigenti del partito un 2009 di riflessione, di buone letture, di notti roventi col partner, di passeggiate nei boschi, di nuotate al mare, di serate con gli amici sinceri.
Tutto il resto, per me, elettore medio di Rifondazione, è solo una gigantesca stronzata; le auto blu, i vestiti armani, le raccomandazioni, il potere, i salotti bene.... tutte porcate che non mi interessano.
E vorrei votare altri che la pensano così.
Auguri.

14 dicembre 2008

Momenti sinistri


Ci sono spaccature e differenze di vedute nella sinistra italiana, oggi.
Il dibattito è aperto, la ricchezza delle proposte è sintomatica della grande democrazia che regna fra tutte le forze di opposizione.
Comunisti contro comunisti, cento partiti un solo fine; e, all’interno di uno di questi partiti, cento correnti, ciascuna animata da pretese più che legittime.
Vendola, Ferrero, compagni contro, ma uniti all’insegna della falce e del martello.
Sansonetti contro tutti.
Diliberto e company, gli ultimi dei Maoisti.
I partituncoli da condominio, tutti rigorosamente Marxisti.
I Verdi, spalmati ormai su tutta la gamma del colore, da quello pisello al verde petrolio.
I democratici poi ! Ah, quale nobile prodigio della democrazia e degli intenti comuni. Veltroni e D’Alema, Rutelli e Parisi, il loro amore e il loro accordo è una sinfonia, stanno con i DiPietristi a braccetto come il due di coppe quando cade a mazze.
Tutti uniti nel chiacchierare, nel cercare nuove soluzioni, nell’ipotizzare scenari futuribili, nell’osannare realtà che con l’Italia non hanno nulla a che fare (vedi Obama, fenomeno tipicamente ed esclusivamente Statunitense)
Si parla, si parla, si parla. Dalla parola nasce l’arricchimento dell’uomo, dallo scambio di esperienze, è vero.
Ma, mi chiedo attonito, e intanto?
Intanto dall’altra parte quelli, quelli con i ghigni fascisti, le pose democristiane, i soldi della confindustria, il potere dei media, che fanno? Che fanno ?
Mi rifugio nella solita letteratura, medicina suprema.
Nicola Giunta, poeta dialettale antifascista, osservatore critico e disincantato della realtà, decenni addietro scrisse:

I CANI E I LUPI

I CANI, UN GHIORNU, FICIRU UN CONGRESSU,
E, PARRANDU DI COSI SPECIALI,
S’ABBUFFAUNU I DDHU’ PARRARI STESSU
COMI L’OMINI FANNU, TALI E QUALI.

E LLITI, SCIARRI, BBUCI I CCA’ E I DDHANI
MA UN CANI RANDI CHI PPARIVA UN URSU
DISSI: “FIGGHIOLI, CHI FFACIMU CCANI,
PASSANDU ILL’UNU ALL’AUTRU DISCURSU ?”

“ZITTU ! – BBAIAU UN CAGNOLU – NON CAPITI
CHE IL PARRARI SBILUPPA ‘A ‘NTILICENZA ?:
CU’ LA PAROLA A OGNUNU ‘NCI INCHITI,
COME ESTI GIUSTU, AN CURMU LA CUSCENZA....”

ANTANTU I LUPI CH’EBBIRU ABBIRTITU
CH’I CANI CCHIU’ NON C’ERINU, SATARU
E... SBILUPPARU UN SORTA D’APPITITU
CHI, A UNA A UNA, I PECURI SBRANARU.

Si stanno sbranando l’Italia, e noi amabilmente, pacatamente, dialoghiamo sul diritto dei cavalli albini dei circhi Uzbeki a ricevere la pensione dopo il loro periodo lavorativo.

13 dicembre 2008

Nel rifugio-lager di Rosarno

tratto da Repubblica.it

I sopravvissuti alle odissee che hanno dovuto affrontare per arrivare fin qui, in fuga da paesi in guerra o stremati da ingiustizie e povertà, derubati e minacciati dalla teppa internazionale che governa il traffico dell'emigrazione africana, ora sono qui. Alloggiano alla "Rognetta", dentro baracche di cartone e bambù, nell'ex deposito alimentare diroccato, senza neache il tetto, in pieno centro di Rosarno - paese commissariato per infiltrazioni mafiose - a poche decine di metri dalla scuola elementare, in mezzo al fango, ai topi e a una carcassa di montone, sgozzato qualche giorno fa da un macellaio magrebino. Sono qui a centinaia, tutti giovani dell'Africa sud sahariana e magrebini solo perché, in questo periodo dell'anno, sono la mano d'opera più ambita nella zona, dove è tempo di raccolta di agrumi. Ogni mattina i pullmini dei caporali si presentano davanti alla "Rognetta", o nell'ex cartiera abbandonata di S. Ferdinando (paese vicino, anche questo commissariato) dove vivono assiepati come maiali da macello più di settecento persone, in condizioni igieniche spaventose dentro baracche puzzolenti, due metri per tre, con quattro, cinque o sei letti. Ognuno di loro, a parte le revolverate di qualche cittadino locale, ha finora imparato a conoscere il nostro Paese senza mai incontrare neanche un rappresentante delle pubbliche istituzioni. Gli unici presenti sul posto sono quelli di Medici Senza Frontiere (MSF), qui da settembre con un presidio sanitario d'emergenza, identico a quelli che sono abituati ad allestire in tutto il mondo nelle zone più difficili, impervie e pericolose, come lo Zimbawe, il Mianmar, il Nord Kivu, il Darfur. Distribuiscono sacchi a pelo e garantiscono l'assistenza sanitaria a gente che letteralmente non ha più nulla, se non le braccia per lavorare fino a 12 ore al giorno per 20 euro, in mezzo ai campi di arance, dove per arrivarci devono anche pagare il trasporto: due euro e mezzo all'andata e altrettanto per il ritorno.
"Le patologie più frequenti - dice Saverio Bellizzi, un giovane medico di MSF, ematologo, ma già con lunga esperienza sul campo in Vietnam - sono le difficoltà di respirazione, dovute al freddo, ma soprattutto al fumo prodotto dal fuoco che accendono nel capannone, tra le baracche di cartone, per cucinare e riscaldarsi". Diffusi anche problemi di depressione: "Molti di loro - dice Cristina Falconi, responsabile del progetto MSF nella zona - vicono questo degrado come una sconfitta dalla quale non si riprenderanno più. quando telefonano a casa dicono che va tutto bene e sono proprio queste bugie che dicono anche a se stessi, a renderli ancor più tristi". "Se venite in Ghana, nel mio paese, siate certi che non vi tratteremmo così" dice con orgoglio Edward, 27 anni, di Accra, che si elegge a portavoce. "Se ci devono far vivere come animali in gabbia, tra i topi e la paura della gente che fuori di qui ci spara pure addosso, perché ci chiamano per raccogliere le arance? Si decidano: o serviamo, e allora vorremmo essere trattati un po' meglio e lavorare dignitosamente, oppure ce ne torniamo nei nostri paesi. Qui non ha più senso stare".

10 dicembre 2008

Grecia, la rabbia di un Paese intero

tratto da Carta


Ho l’impressione che quel che sta capitando in Grecia sia molto importante, ben più che una rivolta di «anarchici» e «no global» che si divertono a incendiare negozi e banche, e che ci riguardi da vicino. Bisognerebbe sapere di più, dei nostri vicini mediterranei, e se magari dedicassimo più attenzione – che so – alla gente dell’Albania e a quella della Catalogna, nonché appunto della Grecia, potremmo forse ritrovare il nostro orizzonte, il Mediterraneo.Ma insomma: accade che un poliziotto uccida un ragazzo di 15 anni. «Un assassinio», come lo definisce sul Corriere della Sera Vassilis Vassilikos, autore dell’indimenticabile «Zeta, L’orgia del potere». E accade immediatamente dopo che una rivolta giovanile e non solo [martedì mattina una grande manifestazione ad Atene era fatta di studenti e di professori] investa il paese, da Salonicco a Patrasso, da Creta a Ioannina. E questo nonostante il fatto che il poliziotto sparatore sia stato subito arrestato a accusato di omicidio volontario [evidentemente non si chiama Mario Placanica, come il carabiniere che uccise Carlo Giuliani]. E domani c’è in Grecia uno sciopero generale convocato già prima della morte di Alexis Grigoropulos.Cosa succede in Grecia? Succede la stessa cosa che in Italia: una «riforma» dell’università taglia i fondi pubblici e spinge alla privatizzazione, mentre si discute una legge finanziaria antisociale, e dopo che il governo ha versato fiumi di denaro nelle banche per salvarle dalla crisi finanziaria. Ma la Grecia è un paese, evidentemente, dove i traumi sociali sono ancora più violenti che da noi. Di modo che «non pagheremo noi la vostra crisi» lo si dice con l’esplosione di questi giorni.

07 dicembre 2008

Squali e pirati


Fino a vent’anni fa noi occidentali potevamo liberamente viaggiare per il mondo.
Bastava uno zaino con l’essenziale, qualche soldo in tasca (pochi bastavano ), la voglia di scoprire luoghi e persone nuove e via, si partiva tranquillamente per quasi ovunque, persino zone limitrofe a teatri di guerra.
Africa, SudAmerica, Asia si potevano visitare liberamente, i popoli erano in maggioranza accoglienti e cordiali con noi ricchi visitatori del grasso occidente, i rischi che si correvano erano relativi, e legati alla volontà del singolo; cacciarsi nei guai è sempre alla portata di tutti, basta volerlo, ma nella maggioranza dei casi i viaggi erano sicuri.
Oggi è cambiato tutto. Le zone estremamente pericolose aumentano di giorno in giorno. Farsi sparare in faccia per un pugno di dollari è diventata impresa alla portata di tutti.
Ovunque nel mondo aumenta l’odio per noi occidentali; ci prendono a pistolettate un pò ovunque: dal Messico all’Azerbagiain, dall’Est d’Europa all’intera Africa al MedioOriente, dal Borneo al Brasile, non c’è luogo del “terzomondo” dove non siamo visti con l’occhio torvo di chi, per secoli, è stato derubato, sfruttato, umiliato ed oggi vuole prendersi una rivincita.
Ma perché ci odiano, si chiedono candidamente i turisti di Kingstone, che se lasciano i rifugi dorati dei loro centri iperlussuosi rischiano di essere scuoiati vivi.
Perché ci odiano, mi chiedo anch’io. Cerco le risposte nei numeri.
Sulla terra siamo seimiliardiquattrocento milioni di persone.
Un miliardo e cento circa vive con un reddito adeguato alle esigenze dei tempi: di questi il novanta per cento sta all’interno di USA ed Europa.
Per reddito adeguato intendo un reddito che consente di affrontare le esigenze primarie (sfamarsi, curarsi, istruirsi) senza difficoltà.
Reddito adeguato significa avere sete, aprire il frigorifero e bere una buonissima acqua fresca, un gesto normale per noi.
Significa avere un dolore di stomaco, andare dal medico, comprare le medicine, curarsi, guarire.
Significa tutti quei comportamenti giornalieri ai quali siamo abituati e che ci rendono la vita comoda, come dovrebbe essere per tutti.
Oltre a ciò, noi godiamo anche di un surplus di entrate che ci permette di godere di piaceri non indispensabili all’esistenza, ma che ormai diamo per necessari : usare il PC, andare al cinema, leggere giornali e libri, guardare la tele, fare le vacanze, e così via.
Bene.
I rimanenti cinquemiliardi trecento milioni di persone non hanno un reddito adeguato.
Un miliardo e mezzo vive con tre dollari al giorno. Ottocento milioni con un solo dollaro.
Vivono nella sporcizia, tra le fogne a cielo aperto. Superstiziosi, ignoranti, conoscono sin da bambini l’unica cultura che gli abbiamo trasmesso, quella della violenza. Perennemente affamati, anche quando sono sazi, scimmiottano il peggio della nostra società.
Il loro sogno è quello di varcare i cancelli delle nostre nazioni, per avere almeno i resti di questo grande banchetto al quale da secoli assistono sempre più affamati; noi li trattiamo come bravi padroni bianchi, mentre ci saziamo con le loro risorse.
Oggi, via via sempre in modo più diffuso, questa stragrande maggioranza di persone sta reagendo alla ingiustizia perpetua che è alle fondamenta dell’attuale sistema economico.
Il terrorismo non è una causa, è un effetto. La violenza di alcune azioni ha solo come scusa i motivi religiosi. Le cause sono altre. E’ facile per chi non si aspetta niente da una vita miserabile farsi saltare in aria.
Dovremmo tutti cominciare a chiederci sin quando la nostra preponderante forza militare riuscirà a tenere la situazione sotto controllo, e se basterà.
Dovremmo chiederci tutti perché, nel corno d’Africa, sono tornati i pirati.
Vicino al Golfo di Aden, quindi poco più a Sud del corridoio che attraverso il Mar Rosso e Suez collega il Nord col Sud del mondo, c’è una piccola città, Eyl, per secoli abitata prevalentemente da pescatori, vista la vicinanza con un tratto di mare abbondantemente pescoso.
Con metodi e mezzi piuttosto antiquati, ma comunque redditizi, i suoi abitanti si dedicavano, pacificamente e magari anche ingenuamente, solo alla pesca, sin quando una ventina d’anni fa le prime flotte di pescherecci iper-tecnologici non iniziarono ad invadere il loro territorio.
Questi ultimi, automatizzati, forniti di potenti motori, di sonar, mezzi elettronici e quant’altro, targati soprattutto Europa, Giappone e Thailandia, in brevissimo tempo sbaragliarono la concorrenza dei poveracci somali, assolutamente inadeguati a concorrere sui prezzi.
E, dove il mercato non aveva la meglio, i nobili conquistadores si servivano di altri strumenti; mitragliate, bombe e killer prezzolati.
La popolazione di Eyl fu costretta a riciclarsi; alcuni cercarono di trasformarsi in pastori, o al limite in agricoltori.
Qualche tempo dopo, presi i contatti con i Warlords del Mozambico, proprietari di smisurati arsenali ( ma chi li ha riforniti ? mistero !), con il rito dell’Hawala (una compravendita fondata sul giuramento d’onore) i più giovani e turbolenti dei somali-ex pescatori si armarono fino ai denti.
All’inizio fu soltanto per allontanare gli sleali concorrenti dal loro mare; e, a colpi di AK47 , ci riuscirono.
Ma si sa, una caramella tira l’altra. Se questi babbi occidentali hanno così tanta paura di morire, e sono così attaccati alle cose, perché non approfittarne ?
Iniziarono i sequestri di navi e l’afflusso di barcate di soldi, con i quali acquistare armi e mezzi sempre più potenti.
Una quarantina di milioni di euro l’anno per la piccola città di Eyl, abituata ai suoi ritmi da un dollaro al giorno cadauno.
La testa gira. Va a folle. Prendono un cargo carico di carri armati Russi. Poveri piccoli Russi, con quei carri volevano solo manifestare la loro amicizia a qualche guerrafondaia nazioncina guidata da qualche marionetta che i pochi soldi che ha li usa per arricchire i grandi commercianti di armi.
Sequestrano la super-petroliera. Ha un carico che basterebbe a rifornire d’energia la Francia per una settimana. La ormeggiano nella rada di Harardehe, poco più a Sud.
La loro è una tecnica semplice. Finti pescherecci trainano veloci lance fino al bersaglio, comunicatogli da talpe prezzolate interne alle compagnie di navigazione. Si avvicinano, sparano un paio di mitragliate, salgono a bordo, prendono il comando, chiedono il riscatto, magari via Internet. Diventano sempre più efficaci.
Qualcuno obietterà che dietro tutto questo c’è la faida intestina tra Yussuf e Nur Adde; forse è vero, c’è sempre una causa scatenante, ma è solo la goccia che fa traboccare un vaso.
I pirati sono un prodotto della nostra società. Sono solo un prodotto della nostra visione del mondo. Vedrete che, se continueranno a dare fastidio al mercato del petrolio, saranno sgominati in un batter d’occhio, come è stato per altri che volevano incidere sul commercio dell’oro nero.
Il problema è che i cinque miliardi e rotti di uomini che vivono fuori dai confini del benessere stanno iniziando a trasformarsi lentamente tutti in pirati.
Rivogliono indietro quanto gli abbiamo sottratto per secoli. Abbiamo costruito un mondo con le loro risorse, sottraendogliele con la forza, con la furbizia, con l’inganno. Se ne sono accorti, ci odiano, e quando possono ci cacciano dalle loro terre a raffiche di mitra.
Noi proseguiamo con lo sfruttamento, da autentici pirati legalizzati, sperando che la forza dei nostri cannoni basti a tenerli buoni.
Fin quando avremo le legioni, Roma non cadrà, disse l’imperatore Onorio al fido consigliere, qualche giorno prima che Alarico varcasse le sacre porte dell’Urbe.
Così sarà.

04 dicembre 2008

Castro a Obama: "Incontriamoci a Guantanamo e risolviamo i nostri problemi"

di Alessandro Grandi, tratto da Peacereporter

Il presidente Raul Castro ha inviato l'ennesimo messaggio di pacificazione agli Usa, questa volta rivolto, però, al democratico presidente eletto Barack Obama.
La proposta sembra essere più seria e studiata rispetto a quelle del passato e anche gli interlocutori sono decisamente diversi. "Dobbiamo incontrarci e iniziare a risolvere i nostri problemi" ha detto il presidente cubano Castro a un insolito intervistatore: il noto attore e regista Sean Penn che con il fratello minore del Lider Maximo ha fatto una lunga chiacchierata di circa sette ore da cui è scaturito un articolo apparso nelle web pages del settimanale "The Nation". E' la prima volta che Raul parla con uno statunitense da quando il fratello gli ha consegnato le chiavi del potere cubano.E sembra che castro sia stato chiarissimo: se Washington porrà fine al bloqueo l'Havana concederà alle compagnie petrolifere statunitensi la possibilità di esplorare le acque cubane alla ricerca di greggio. Luogo simbolo del possibile incontro la baia di Guantanamo, considerata al momento territorio neutrale.
"Bisogna vedere cosa succede negli Stati Uniti. Cuba da sempre ha chiesto l'apertura del dialogo agli Usa" dice Gianni Minà esperto di Latinoamerica e di Cuba in particolare. "Lo dico sempre quando mi si chiede cosa accadrà a Cuba. Me l'hanno chiesto nel 1989 dopo la caduta del comunismo e anche quando si ammalò Fidel un paio di anni fa. Io dico sempre: bisogna capire cosa accadrà negli Usa. La vita difficile di Cuba è stata condizionata da 50 anni di arroganza degli Stati Uniti nei confronti di una nazione che ha tutto il diritto di scegliere il modo migliore per farsi governare". Ma questa volta potrebbe essere quella buona. "E' la seconda volta in 50 anni che arriva questa possibilità. La prima volta fu Jimmy Carter alla fine degli anni '70. Carter era un sincero democratico. Aveva una morale spinta da un forte impulso religioso. Carter mandò alcuni funzionari governativi a Cuba per trattare un riavvicinamento diplomatico e la cosa sarebbe andata avanti con successo se il consigliere statunitense per la sicurezza dell'epoca non pose come paletto il ritiro cubano dall'Africa e persero tempo. Oltretutto Carter perse le elezioni con Ronald Reagan e quindi tutto si bloccò e non se ne fece più niente. Il primo passo lo ha sempre fatto Cuba. Bisogna vedere adesso quale sarà la risposta americana. Sono stati gli Usa a costringere Cuba a diventare una fortezza assediata".
"Se a Cuba non cambiano mentalità e la smettono con questa dittatura sarà difficile che le cose cambino. Castro prima deve concedere la libertà al popolo poi arriverà il resto. Io credo negli Usa e credo che loro sappiano cosa bisogna fare per combattere questa terribile dittatura che stritola la popolazione" racconta Elizardo Perez Delano fuggito da Cuba nei primi anni Ottanta. "Non credo che il presidente Obama possa fare molto per Cuba. Prima dovrà dire a Castro di cambiare e di andarsene lasciando la gestione delle cose ai giovani e alle persone democratiche. Voi non vi rendete conto di come sia difficile vivere tranquilli all'Havana avendo idee differenti da quelle del regime. E' impossibile. E mi dispiace che i gruppi amici di Cuba, in Italia ce ne sono molti, non capiscono una cosa: se loro sono contro Berlusconi possono andare in piazza a fare una manifestazione e dire ciò che pensano. A noi cubani è concesso manifestare. Poi vengono i dolori e non aggiungo altro. Mi dispiace solo che sull'isola ci siano anche persone che la pensano come me e che non hanno la possibilità di andarsene".

03 dicembre 2008

Sabato 6 dicembre, cattedre in piazza

Riceviamo e pubblichiamo

01 dicembre 2008

All'Onu il Vaticano si oppone alla depenalizzazione dell'omosessualità

tratto da Repubblica.it


Il Vaticano si oppone alla proposta di depenalizzazione universale dell'omosessualità, presentata all'Onu dalla Francia. L'osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, monsignor Celestino Migliore, ha spiegato che l'Onu non deve depenalizzare l'omosessualità perché ciò porterebbe a nuove discriminazioni, in quanto gli Stati che non riconoscono le unioni gay verranno "mesi alla gogna". "Tutto ciò che va in favore del rispetto e della tutela delle persone - ha affermato l'arcivescovo - fa parte del nostro patrimonio umano e spirituale. Il Catechismo della Chiesa cattolica, dice, e non da oggi, che nei confronti delle persone omosessuali si deve evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione". "Ma qui - ha aggiunto Migliore, in riferimento alla proposta che la Francia ha intenzione di presentare all'Onu in favore della depenalizzazione dell'omosessualità nel mondo intero - la questione è un'altra. Con una dichiarazione di valore politico, sottoscritta da un gruppo di paesi, si chiede agli Stati ed ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni". "Per esempio - ha detto l'arcivescovo all'agenzia cattolica I-Media - gli Stati che non riconoscono l'unione tra persone dello stesso sesso come "matrimonio" verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni".
Durissima la replica dell'associazione Arcigay: "È di una gravità inaudita che il Vaticano, e quindi, la Chiesa cattolica tutta, si adoperi affinché questa richiesta non passi e, si prefigura come un vero e proprio atto di condanna a morte contro i milioni di gay e di lesbiche che hanno la sfortuna di abitare in paesi sanguinari". L'Arcigay ricorda che in 91 Paesi del mondo sono previste sanzioni, torture, pene e persino l'esecuzione capitale (10 paesi islamici) contro le persone omosessuali. "La scusa per cui la richiesta francese non dovrebbe passare perché da quel momento gli stati che non riconoscono le unioni gay sarebbero messi all'indice, - conclude l'Arcigay - non solo non ha alcun senso, ma è una studiata e cinica bugia per nascondere ciò che realmente il Vaticano vuole: mantenere la pena di morte e il carcere per le persone omosessuali". Monsignor Migliore si dice anche "indignato e rattristato" dal progetto di introdurre l'aborto tra i diritti umani promosso da alcune associazioni sempre all'Assemblea Generale dell'Onu. L'iniziativa "rappresenta l'introduzione del principio homo homini lupus, l'uomo diventa un lupo per i suoi simili", afferma il presule. "Questa è la barbarie moderna che, dal di dentro, ci porta a smantellare le nostre società".

Appello dei medici pediatri per il diritto inalienabile alla salute


L'art. 32 della Costituzione Italiana sancisce come diritto fondamentale dell'individuo il diritto alla tutela della salute e garantisce agli indigenti il diritto alle cure gratuite, anche nell'interesse della collettività.Il DL 286/ 98 all'art. 35 prevede la gratuità delle cure urgenti ed essenziali anche agli stranieri non iscritti al SSN, privi di permesso di soggiorno, e privi di risorse economiche e non prevede nessuna segnalazione, salvo i casi di obbligatorietà di referto, come per i cittadini italiani.
La Lega Nord - Padania ha presentato attraverso 5 Senatori un emendamento che prevede l'abrogazione del comma 5 dell'art. 35 e abolisce la gratuità della prestazione urgente ed essenziale agli stranieri non iscritti al SSN e privi di risorse economiche, e propone inoltre l'obbligo per le autorità sanitarie di segnalarli all'autorità competente.
I Pediatri di libera scelta aderenti alla FIMP ( Federazione Italiana Medici Pediatri ) operanti nel SSN, sottoscrittori di questo appello, ritengono gravissimo tale emendamento che finirebbe per respingere in sacche di esclusione la popolazione più indigente e ne richiedono il ritiro : esso non è soltanto la negazione di un diritto costituzionalmente sancito, ma costituisce anche un pericolo per la tutela della salute della collettività, per la mancata cura di patologie anche gravi, con conseguente rischio di diffusione e rappresenta inoltre un pericoloso passo legislativo verso l'abolizione del diritto alla cura.
Ritengono inoltre che la segnalazione all'autorità competente di un paziente indigente sia in aperto contrasto con il codice etico ordinistico al quale i medici debbono attenersi e di cui affermano il primato.
Denunciano con preoccupazione che tale emendamento priverà della assistenza sanitaria essenziale migliaia di bambini divenuti "per Decreto invisibili e senza diritti" in totale contrasto con la Convezione ONU sui diritti del fanciullo e richiedono che lo Stato Italiano firmatario con L. 176/91 della Convenzione ONU di New York del 20.11. 1989 sui diritti del fanciullo garantisca ad ogni minore straniero il pieno diritto di usufruire delle prestazioni mediche pediatriche a prescindere dalla regolarità del soggiorno.
Richiedono quindi a tutti i colleghi Pediatri, a tutti i Medici, agli Operatori Sanitari e a tutti i Cittadini Italiani ai quali stanno a cuore i fondamenti dello stato sociale e la solidarietà di sottoscrivere questo appello.

30 novembre 2008

Cattiva maestra Luxuria



Dalla televisione generalista togliamo i film, qualche serial, lo sport, i (rari) programmi divulgativi, qualche approfondimento d’attualità, e che rimane ?
Una colossale valanga di imbecillità.
Qualsiasi sforzo di sottrarsi ad una televisione votata alla beatificazione del pressapochismo, della macchietta, della cafoneria elevata a festival è vano.
Imperversano dibattiti urlati, cosce e mutande, urla, urletti, risate grossolane, battute da avanspettacolo, ruffianerie pubbliche d’ogni orientamento politico, giochi al limite della degradazione umana, notizie vere e false strombazzate e con la stessa velocità archiviate.
Trionfano le galline; povero femminismo alla malora, altro che donne alla riscossa; culi di donne, tette finte, si ma sono ironiche, Star incapaci persino di cantare Tanti auguri a te, attrici siliconate che le voleva Fellini, gridazzare isteriche ridanciane, ecco il trionfo dele donne in tv.
I galletti poi si sprecano: bicipiti in fuori o smoking sempre uguale da trent’anni, occhietto languido, pronti a declamare “alziamoci in piedi per la morte del povero Curzi comunista si, ma leale”, e subito dopo a presentare “una delle più belle voci del secolo il grandissimo Gigidalessio”.
Effetti speciali. Pubblicità. TV.
La televisione, in particolar modo quella italiana, ha realizzato pienamente quanto previsto già negli anni trenta da Adorno e i pensatori della scuola di Francoforte: il totale appiattimento dell’industria culturale e la formazione di un “sistema” rigido, che imprigiona i fruitori dei prodotti di tale industria in un meccanismo che li rende, in modo assoluto e devastante, VITTIME FATALI.
La mutazione antropologica, prevista da Pasolini, è compiuta.
Gramsci è citato dalla televisione come colui che si convertì in tempo di morte.
Gramsci.
Glomp. Gulp.
Berlusconi non ha niente a che vedere con ciò.
Berlusconi è solo uno dei numerosi personaggi della storia affamati di potere, che ha colto, con genialità direi, le grandi opportunità di una nazione in costante emergenza democratica come la nostra.
Berlusconi ha capito, prima degli altri, la potenza dei mezzi d’informazione probabilmente senza aver mai letto una riga di McLuhan, di Popper e di altre teste pensanti.
Lui ha agito col naturale istinto dei potenziali dittatori, ai quali tutto si può rimproverare tranne la mancanza d’arguzia.
Ma il discorso è esteso oltre l’Italietta Berlusconiana.
La televisione attuale è più che funzionale al sistema di potere, è più che un mezzo di detto sistema: ne è parte integrante non nei suoi, per la maggior parte beceri e bifolchi interpreti, bensì nel suo insieme, nelle sue tematiche e negli svolgimenti di queste.
La televisione è il paradiso in terra.
Sbavano tutti per entrarci, per esserne parte anche di una sola inquadratura.
E’ la remissione dei peccati, l’indulgenza plenaria, il Nirvana, il riscatto sociale, la gloria.
Paradiso degli uomini, falso, come falsi sono i paradisi in genere.
Vedere le comari che starnazzano le loro opinioni, imbecilli sotuttisti che si pavoneggiano, sessuomani vari che gareggiano in oscenità, barzellettieri da taverna dispensare vagonate di euro, mignotte appena uscite da Caballero o LeOre atteggiarsi a premurose mogliettine, questo, e tanto altro dello stesso genere, è guardare la televisione.
Eppure è un paradiso in terra.
Mistero della mutazione antropologica ?
Le risposte sono date dall’attualità.
Quello che mi chiedo, da persona che ritiene Carletto Marx ancora attuale nella sua interpretazione della realtà e Gramsci e Pasolini e Marcuse e Hockenaimer e Adorno e Benjamin ed altri ancora pensieri vivi, pulsanti, roventi, e con i quali fare i conti, ecco, io mi chiedo che cazzo c’entra la signorina Vladimira Guadagno, in arte Luxuria, con me.
Mi chiedo se quella speranza, che vedo nei mezzi comunicativi nuovi, Internet per inciso, e nei soliti indistruttibili libri, debba avere qualche valore quando, come mio rappresentante al governo, o alla comunità europea ma pure all’assemblea di condominio, devo inviare una soubrette con lo stesso identico criterio con il quale magari altri hanno scelto di nominare i ministri.
Perchè la ex-deputata, per quanto ammirevole nell’affermazione della sua identità sessuale, nel resistere ai siparietti maschilisti e vetero fascisti di questa Italietta sempre più strapaesana, si è alla fine rivelata nella sua vera natura di Starletta Televisiva, di personaggio da copertina dei peggiori settimanali,di motivo da discussione di portinaie e lavandaie e carrettieri.
Luxuria, Emilio Fede, Mara Venier, Sgarbi, Vissani, Baudo, Vespa, Mussolini, un calderone, la grande brodaglia è servita, la zuppa per tutte le occasioni è pronta, la Tabula è Rasa, critici d’arte e cuochi, Santi e puttane, politici e trombettieri, tronisti, veline, becchini e beccamorti e così via.
Nuntereggapiù.
Vladimira ha vinto l’isola dei famosi, sai che notizia.
Adesso la candidiamo alle europee.
Se Mourinho vincerà la Coppa dei Campioni, è pronta per lui la presidenza dell’ONU.

-Io sono l’ONOREVOLE TROMBETTA !!!!-
-Ma mi faccia il piacere....-
-E sono anche MINISTRO.... il MINISTRO TROMBETTA...-
-Ministro lei ? Una minestra direi.... anzi ...una minestrina...-

Meritiamo altri trent’anni di riflessione e autocritica, meritiamo.

29 novembre 2008

Facebook e martello

di Voltocoperto

“Per chi conosce solo il tuo colore, bandiera rossa, tu devi realmente esistere, perché lui esista: chi era coperto di croste è coperto di piaghe, il bracciante diventa mendicante, il napoletano calabrese, il calabrese africano, l’analfabeta una bufala o un cane. Chi conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa, sta per non conoscerti più, neanche coi sensi: tu che già vanti tante glorie borghesi e operaie, ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli”.
Mentre mettevo a posto i miei fogli, organizzavo i miei spazi mentali, mi sono imbattuto, per caso, in queste parole famosissime di Pasolini. Ritrovarle è stato come affogare nel ricordo di una coscienza sepolta, un nodo alla gola che ti fa soffocare. Tra polvere e frasi inutili scritte dalla mia mano, non pensavo che mi sarei sentito sprofondare, che Pasolini sarebbe riuscito, ancora una volta, a darmi un pugno allo stomaco all’improvviso. Mentre scrivo, probabilmente, in altre stanze tetre, qualcuno starà contrattando rese, passaggi alla nuova casa democratica di un partito che ha il tricolore come simbolo e un ramoscello floscio d‘ulivo, significante, da sempre, della pace per piccioni. Altri, invece, in altre stanze senza luce, staranno progettando rivoluzioni bolsceviche, rispolverando dizionari della Crusca per cercare un senso alla loro insensata esistenza.
Mi sento in colpa, credo che avrei potuto fare qualcosa per fermare questo scempio e invece sono stato a guardare, stupido giudice in cattedra delle meschinerie altrui.
Rivedo la mia storia, la nostra storia, e non mi capacito del presente. Ricordo un partito, Rifondazione Comunista, che era stato in grado di svecchiarsi, di parlare nuovi linguaggi, di proiettarsi nel futuro senza perdere la propria essenza radicale e antagonista. Osservo sbigottito la fine degli anni ’90, la capacità di un Grande Timoniere di non far perdere la rotta e di puntare in alto. Rimpiango i primi anni di questo decennio, i giorni di Genova e dei controvertici, delle botte della polizia, della voglia di esserci e di cambiare almeno qualcosa. Non era l’assalto al cielo, e non era neanche la selva Lacandona che ci sorrideva dal Sud-Est del Messico, erano le metropoli dell’Impero (parola che in quegli anni andava molto in voga) che implodevano e chiedevano democrazia partecipata, nuovi bisogni del nuovo millennio. Non c’erano più gli schemi canonici della lotta di classe, ma chi non aveva una casa aveva il diritto di occuparne una con l’appoggio incondizionato di chi gli stava vicino.
Poi, i miei ricordi diventano sfumati. Un anno, il 2006, mi urla qualcosa nei timpani. Tante speranze disattese e incomunicabili delusioni umane. E’ l’anno del governo Prodi, dell’aspettativa dei Pacs, edulcorati in Dico e sfumati nel Family Day. E’ l’anno in cui le parole d’ordine contro le guerre, che ci avevano visti in magliaia attraversare il paese, diventavano intenti non indispensabili. L’anno del timoniere sullo scranno che conta e dei compagni diventati burocrati a contratto. E’ l’anno del potere a tutti i costi. Una rivoluzione antropologica che ha annebbiato completamente lo sguardo di chi, nel frattempo, aveva trovato un lavoro in una segreteria. La totale scomparsa della capacità d'analisi e del contatto con la realtà.
Il resto è storia nota, alle elezioni i nullatenenti hanno scelto la Lega, i timorosi si sono divisi tra Pd e Pdl, gli ultimi hanno trovato inutile un partito come Rifondazione, fatto di nani che si atteggiavano a Napoleoni. Adesso, i vecchi amici di un tempo, quelli che disobbedivano civilmente, la politica la fanno su Facebook: aprono gruppi per salvare foche monache, lanciano petizioni contro il governo e caricano file "antagonisti", con l'unico inconveniente di essere totalmente avulsi dalla società. Virtuosismi virtuali per sensi di appartenenza al fatuo. Le mani non si sporcano più, ma la puzza di letame è nauseabonda.

27 novembre 2008

Manifestazione di lavoratoti, studenti e precari a Messina

Riceviamo e pubblichiamo




La manifestazione ha due obiettivi:
-Comunicare con i cittadini intervenendo sul dramma sociale vissuto dalla città (atm, servizi socio-sanitari, precari, istruzione, senza tetto, ecc).
-Fare in modo che la sofferenza vissuta dalla città possa darsi delle forme organizzative in grado di fare pressione su tutti i livelli istituzionali. Si comprende da ciò l'importanza di consolidare la saldatura tra il movimento degli studenti e quello dei lavoratori in vista dello sciopero generale del 12 dicembre.
Il corteo, che partirà alle ore 17:00 da piazza del popolo, si propone di bloccare i treni e i traghetti delle Ferrovie dello Stato col fine di dare un messaggio forte al governo nazionale.
Inoltre sono stati definiti i seguenti appuntamenti e opportunità:
-Mercoledì 26 novembre ore 17:30 Piazza Cairoli, banchetto informativo;
-Giovedì 27 Novembre ore 17:30 Centro Commerciale Tremestieri, banchetto informativo;
-Visti i consensi delle assemblee di lunedì 24 novembre e di oggi, assemblea permanente generale di ateneo ogni lunedì alle 18:30 in aula ex-mineralogia;
-Volantinaggio nelle università 26 e 27 novembre per invitare tutti a partecipare.

26 novembre 2008

A lezione d'ambiente


Giovedì 27 novembre - DOPPIO APPUNTAMENTO CON PAUL CONNETT. Torna nel reggino, per un doppio incontro pubblico, il prof. Paul CONNETT, l'ideatore della STRATEGIA RIFIUTI ZERO, nonché docente di chimica ambientale presso la St.Lawrence University di New York e candidato Nobel per la chimica 2008.

INCENERITORI E DISCARICHE quali danni causano? Quali sono le alternative?

ORE 10.00 presso l'Aula Magna "Italo Falcomatà" della Facolta d'Ingegneria, Università "Mediterranea" di Reggio Calabria

ORE 17.30 presso l'Auditorium Comunale di Rosarno.

Parteciperanno inoltre la dott.ssa Ornella MANFEROCE, del Coordinamento dei medici della Piana, e il prof. Osvaldo PIERONI, ordinario di Sociologia dell'Ambiente presso l'Università della Calabria.

Gli incontri sono promossi da TerritoRioT, che fa parte della rete "DifendiamoLaCalabria" e della rete nazionale "Rifuti Zero", e dal Collettivo UniRC.

25 novembre 2008

La Chiesa dice che Gramsci si convertì in punto di morte, gli storici smentiscono

tratto da Repubblica.it


Antonio Gramsci trovò la fede in punto di morte e ricevette i sacramenti cristiani. E' quanto sostiene monsignor Luigi De Magistris, propenitenziere emerito del Vaticano e conterraneo del fondatore del Pci, che nel corso di una conferenza stampa, a Roma, ha parlato di un tema già dibattuto e controverso. Fino a oggi, del riavvicinamento al cattolicesimo di Gramsci si era parlato solo a livello di voci, mai confermate. E una smentita giunge da Giuseppe Vacca, filosofo, ex parlamentare comunista e presidente della Fondazione Istituto Gramsci. I documenti editi e inediti sulle ultime ore e sulla morte di Gramsci "sono tanti e da nessuno di questi emerge la tesi della sua conversione: ovviamente - precisa Vacca - non sarebbe uno scandalo, né cambierebbe alcunché. Dico solo, semplicemente, che si tratta di un fatto che non trova alcun riscontro documentato". Monsignor De Magistris, che in passato è stato tra i responsabili del Tribunale vaticano della Penitenzieria Apostolica (il dicastero preposto alle indulgenze, ai perdoni e a controversie interne) ha fornito alcuni dettagli sulla vicenda. "Il mio conterraneo Gramsci - ha detto il presule - aveva nella sua stanza l'immagine di Santa Teresa del Bambino Gesù. Durante la sua ultima malattia, le suore della clinica dove era ricoverato portavano ai malati l'immagine di Gesù Bambino da baciare. Non la portarono a Gramsci. Lui disse: "Perché non me l'avete portato?". Allora gli portarono l'immagine di Gesù Bambino, e Gramsci la baciò. E' morto con i Sacramenti, è tornato alla fede dell'infanzia. La misericordia di Dio santamente ci 'perseguita'. Il Signore non si rassegna a perderci".
Ma puntuale, e forse anche più documentata, è la replica di Vacca. "Ci sono alcune lettere di Tania (la cognata di Gramsci, ndr) a Piero Sraffa - spiega - che descrivono dettagliatamente gli ultimi giorni di malattia e la morte di Gramsci, in cui non troviamo nulla al riguardo. Non ne parla nemmeno una del fratello Carlo a Togliatti, in cui si legge della volontà di Gramsci di essere cremato. Cosa che inizialmente trovò qualche ostacolo perché non era credente e perché il regime fascista temeva manifestazioni di piazza, essendo la vigilia del primo maggio". Il presidente della Fondazione parla anche di "documenti di polizia" che "non fanno alcun cenno di un suo avvicinamento alla fede, in più ci sono alcune lettere, ancora inedite perché raccolte da poco tempo, in cui Tatiana scrive con grande regolarità ai familiari sugli ultimi giorni di Gramsci. Si tratta di confidenze strettamente personali, nelle quali una notizia di tale portata sarebbe certamente emersa". Vacca, a ogni modo, evita con cura di aprire alcun fronte polemico con il monsignore: "Non conosco De Magistris, ricordo solo che non è la prima volta che ne sento parlare. Già in passato, trenta o quaranta anni dopo la morte di Gramsci, un'anziana suora riferì di una sua conversione. Ripeto, non vi troverei nulla di scandaloso. Dico solo che dalle fonti d'archivio, dai tanti documenti a disposizione degli studiosi e da alcune lettere ancora inedite - conclude - tutto ciò non trova alcun riscontro".

23 novembre 2008

Il cuore troppo vicino al buco...




Uno dei più grandi poeti del secolo passato scrisse che “un nano è una carogna di sicuro, perchè ha il cuore troppo troppo vicino al buco del culo”.
Ne perdoniamo volentieri l’iperbole, che estende a tutte le persone di bassa statura le qualità della carogna ( naturalmente non è così), ma assistiamo, in questo nobile periodo storico della storia patria, alla realizzazione dell’effetto “ nano + potere = vendetta contro l’umanità”.
In effetti il potere da alla testa già comunemente a persone normalmente equilibrate, tanto che basta essere promossi vice-aiutocapi-lavacessi per far gonfiare il petto ai comuni mortali che si trasformano subito in Caporali di Decurtisiana memoria.
Figurarsi diventare ministri.
D’altronde, quando uno per una vita intera subisce i sassi e i dardi della oltraggiosa fortuna (un aspetto fisico sgradevole non è una colpa, ma vai a farglielo capire), senza avere l’intelligenza di accettare con bonaria ironia la propria condizione, è facile che sviluppi un livore che rasenti l’odio per l’intero genere umano, e sviluppi una patologia perversa di vendetta continua verso tutti.
Vendetta contro il compagno di classe che si filava proprio la tipa di cui il nanetto era segretamente innamorato.
Vendetta contro il collega di università che, pur essendo asino comprovato, riusciva col suo charme e la sua parlantina a darsi una materia dietro l’altra senza passare le notti sui libri.
Vendetta contro il collega di lavoro che a malapena sbrigava una pratica in una mattinata intera, (mentre lui ne eseguiva una decina), e poi si vantava con gli altri di avere incontri amorosi clandestini durante i giorni di malattia.
Vendetta contro quelli che nelle assemblee parlavano a vanvera di diritti, e non avevano in realtà voglia di far nulla, e cianciavano solo per quello.
Vendetta contro quel buco nero che si porta nel cuore da quando ha preso consapevolezza di sè, e che da allora non fa altro che corroderlo e che solo il tormentare gli altri ne argina il drammatico ingrandirsi, il suo assorbire la materia e trasformarla in nulla.
Vendetta contro chi dice che la vita è bella (provassero loro, a vivere dentro il corpo di uno gnomo), vendetta contro chi proclama l’uguaglianza degli uomini tutti (uguali? Magari lo fossimo!), vendetta e basta.
E quando un tipo così arriva “dalle panche di una cattedrale sino alla cattedra di un tribunale” allora sono guai per tutti, per tutti noi amanti della vita libera, che lavoriamo solo per dovere e che, ben più del lavoro, amiamo le famiglie, il tempo libero, i dipinti di Caravaggio, i tramonti sullo stretto, giocare a calcio, ascoltare i Rolling Stones, ballare la Disco anni 70, andare al cinema, prepararsi la colazione con lo yogurt ed il miele, andare in vacanza più volte l’anno, nuotare per chilometri, scrivere su un Blog, chattare con sconosciuti, eccetera eccetera .
Tutti fannulloni.
Amare qualcos’altro che non sia il proprio lavoro significa essere fannulloni.
Pensare che la vita è una, è breve e può essere anche bellissima, significa essere fannulloni.
Pensare poi che i lavoratori siano sfruttati, che la distribuzione della ricchezza sia mostruosamente squilibrata, e che si dovrebbe lottare per lavorare di meno e guadagnare di più, magari attaccando i profitti dei capitalisti, aggiunge anche alla qualifica di fannulloni l’onta di essere comunisti.
Mettiamo tornelli ovunque. Contaminuti e contapassi. Chi vuole il pane deve sudarselo, come se lo sudano loro sulle barche a vele stracolme di mignotte.
Controlliamo la produttività, vera essenza dei nostri tempi.
Energia. Forniamo energia per il loro tenore di vita. Come pile elettriche. Pile, altro che uomini, come nel film Matrix.
Hombres.
La ricetta è una: difendiamoci.
Contro questi sgorbi, questi refusi dell’umana specie, è nostro dovere difenderci.
Spiazziamoli con la fantasia.
Confondiamoli con l’inventiva.
Usiamo tutte le nostre armi-non violente per farli inacidire.
Inventiamo nuove lotte, fuori dalla portata dei loro cervelli ingombri d’odio.
Hombres, non sapranno mai del gusto dell’alba vista dai monti e di quell’amore sconfinato per il mondo che ci rende liberi e indifferenti a mode, manie e perversioni monetarie.
Il buco nero che li corrode li assorbirà, prima poi, ed anche i nanetti, illusi di brillare come stelle, scompariranno nel buio dell’oblio, per sempre avversi alla vita che li ha ospitati e che loro, con rabbia, non hanno saputo nè amare nè gustare.
Hoka Hey



18 novembre 2008

L'opposizione a Scopelliti

Riceviamo e pubblichiamo


16 novembre 2008

Il poeta Palla Bianca




C’è uno strano signore in giro per l’Italia che ha attirato la mia curiosità; in questi tempi cosi romantici, eleganti, disinteressati, quasi nobili direi, i poeti emergono a branchi, ma lui è un caso a parte, e merita un occhio attento.
E’ un signore preteggiante per atteggiamento, con la testa a forma di palla, (Palla Bianca sarà il suo nomignolo, così nessuno potrà riconoscerlo), gli occhi del pio bove (che s’illuminano d’amore quando guarda adorante il suo Nume Tutelare), la parlata salmodiante, il carisma delle foche.
Questo signore scrive delle cose che sostiene essere poesie: una robaccia immonda, da stomaco forte, destinata magari agli spettacoli di quei comici che sfottono i poeti veri; sequenze di frasi fatte, piatte come una piattola ed altrettanto ripugnanti.
Lui le chiama poesie. Libero di farlo, non è questo il punto.
Quando leggo queste frasi-in-sequenza, ( per le quali non ho trovato una denominazione, so solo che definirle poesie significa far rivoltare contemporaneamente tutti i poeti esistiti nella tomba, da Omero a Hikmet ) ho delle crisi di riso isterico, che devo sedare col Paracetamolo; ma la libertà è anche questo, accettare le boiate degli altri in modo democratico e tollerante.
Quindi tollero le sue minchionate colossali, che d’altronde leggo su un giornale (Vanity-Fair) che a casa mia si trova soprattutto dalle parti del cesso, e che come stimolante è meglio del Guttalax.
Fin qui ci siamo; da una parte del mondo c’è Palla-Bianca, che spara a iosa versacci da stendere anche i cavalli; dall’altra ci sto io, amante della letteratura: non ci diamo fastidio, se ci incontriamo ciao ciao e basta, mica dobbiamo dividere il pane, e inutile farsi il sangue acqua, e così via.
Il fatto è che, non so per quale strana combinazione, questo Orfeo ‘de via Condotti zitto zitto calmo calmo è diventato la massima autorità della cultura in Italia.
Il paese di Dante, Michelangelo, Leonardo, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Ungaretti, Montale, Pirandello e chi più ne ha più ne metta, questa Italia autenticamente geniale si ritrova con Palla Bianca al comando dell’Arte.
Come mandare la Pro-Sbarre in Coppa Campioni.
Un segno dei tempi. Scartabello tra le puttanate di Nostradamus per vedere se questo è un indizio della fine prossima ventura, uno dei segni rivelatori dell’Apocalisse.
Cerco con la lente d’ingrandimento nelle stampe di Bosh per vedere se il grande visionario degli Inferi aveva previsto anche una tortura simile per noi peccatori; un poetastro stonato che per l’eternità declama le sue strofe nelle tue orecchie, magari dedicandole alle raffinate donnine (La contessa De Fang, la marchesa Zoccul, ecc ecc), della sua cerchia salottiera come è solito fare.
Purtroppo è realtà.
Lo sproloquiatore cortigiano è il NumberOne autentico della cultura italiana, e adesso bandisce anche premi letterari, dove si esibisce come premiatori dei romanzieri da fast-food.
E’ anche critico televisivo: ad inizio settimana ha rampognato ferocemente il buon Bertolino ed il suo Glob, trasmissione volgare e sopra le righe l’ha definita, proprio lui.
Lui, Palla Bianca, compagno di merende del Re della televisione sciatta, volgare e sopra le righe.
Ma non basta.
Deve lasciare un segno nella storia dell’arte Italiana, il poeta cortigiano erede di Baldassarre Castiglione, deve lasciare una sua personale impronta : ed ecco la sua più geniale trovata: il re degli hamburger, il bocconiano Mario Resca, gli ultimi dodici anni passati alla guida di McDonald’s Italia, nominato nuovo direttore generale per i Musei e la Valorizzazione.
Geniale. Geniale come i suoi versi.
Da domani si cambia, fratelli: dopo le Università aziendali, gli Enti pubblici a gestione privata, i Montecitori in Sardegna, ed altre amenità a raffica, adesso anche l’Arte si adeguerà ai tempi.
E basta con queste polverosi musei e queste ammuffite biblioteche!
Aria nuova ci vuole, dice il poetastro. Aria nuova !
Da domani, ingresso al museo con patatine fritte, maionese e ketchup a soli tre euro; una capatina alla mostra del Caravaggio e vi regaliamo anche le alette di pollo fritte; e, straordinario, prova anche tu il triplo hamburger alla Pinturicchio con salsa Michelangiolesca.
Aria, aria fresca, urla Palla Bianca spalancando le finestre della biblioteca Laurenziana dove, in ambiente iper-protetto riposano gli antichi manoscritti, tesori autentici di questa nostra disgraziata Patria.
Aria, rispondo io, cercando la boccetta del Paracetamolo.

Etichette: , ,

14 novembre 2008

La sentenza: per la Diaz nessun colpevole

NON VI IMPRESSIONATE, ERA SOLO UN'EPISTASSI

13 novembre 2008

Massacro alla Diaz: oggi la sentenza

osservatoriorepressione

Più difficile di un processo a uno stupratore, più ancora di quando alla sbarra c'è un capo cosca. Così spiegò i rischi di omertà e le altre rogne di un processo alla polizia il pm Zucca, nel luglio scorso, iniziando la lunga requisitoria contro i 29 funzionari di ps imputati per i falsi, le violenze, le calunnie avvenute la notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 nella scuola Diaz di Genova. Oggi le ultime due repliche delle difese, poi la corte, presieduta da Gabrio Barone, si ritirerà in camera di consiglio per decidere sui 108 anni complessivi (l'unico imputato per il quale s'è proposta l'assoluzione è Alfredo Fabbrocini) chiesti da Zucca e dal suo collega Francesco Cardona Albini, i due pm che avevano chiesto il rinvio a giudizio il 4 marzo del 2004, a tre anni dai fatti. Richiesta accolta il 26 giugno. L'ultima delle oltre duecento udienze, inizierà alle 10 nell'aula bunker del Palazzo di giustizia.Nulla della versione ufficiale è stato salvato nelle 560 pagine di memoria che la pubblica accusa ha prodotto dopo la requisitoria. Non ci fu alcuna aggressione al convoglio di volanti, blindati e autocivetta che transitò sotto le scuole - uno di fronte all'altro c'erano il media centre e il dormitorio dei manifestanti - al termine dell'ultimo dei cortei del Genoa social forum. Sempre stando alle accuse non ci fu resistenza all'irruzione di oltre duecento agenti travisati che, ufficialmente, avrebbero divuto stanare i cosiddetti black bloc autori delle violenze dei giorni precedenti e, in ultimo, dell'aggressione alle macchine di un paio d'ore prima. Né ci fu la coltellata riferita da un'agente e le molotov - esibite dall'allora portavoce di De Gennaro in conferenza stampa, assieme a badili e picconi trafugati da un cantiere vicino e a coltellini svizzeri prelevati dagli zaini dei no global campeggianti - furono portate apposta dalla questura per giustificare la mattanza. Per mesi, la stampa e la politica si affanneranno a cercare la catena di comando di quella notte evitando di citare che l'allora portavoce di De Gennaro, il capo della polizia, era in via Battisti a sbarrare la strada a parlamentari, cronisti e, soprattutto a legali nominati. Né fu un errore il blitz nella scuola di fronte dove furono trafugati documenti di legali e cronisti, con appena un po' meno brutalità di quanto avveniva a pochi metri.No, secondo i pm, non fu la «normale perquisizione» che il governo - anche allora regnava Berlusconi - cercò di far credere. E dei 93 arresti per devastazione e saccheggio di quella notte cilena nemmeno uno fu avallato dal giudice. Fu un'operazione di guerra sporca, una «macelleria messicana» frase coniata da uno degli imputati, il vice di Canterini al tristemente noto primo reparto celere di Roma. Amnesty international definirà l'operato delle polizie nelle tre giornate del G8 come la più grave sospensione del diritto e delle garanzie democratiche in Occidente dalla II guerra mondiale.Tra i 29 imputati spiccano nomi di grande prestigio per le forze dell'ordine: Francesco Gratteri, allora dirigente del Servizio centrale operativo oggi a capo dell' Anticrimine; Giovanni Luperi, ex vicedirettore dell'Ucigos attuale capo dipartimento analisi dell'Aisi (l'Agenzia di informazioni e sicurezza interna, l'ex Sisde), Gilberto Calderozzi, ex vicedirettore dello Sco, oggi capo del Servizio centrale operativo. Tutti promossi da tutti i governi succedutisi da allora, dunque, e anche questo tardivo primo grado sarà sepolto dalla vicinissima prescrizione per la gran parte dei reati. Non sfugge, tuttavia, il senso politico di un'eventuale condanna dopo le mezze verità del processo parallelo per le torture nella caserma della celere trasformata in prigione provvisoria per le retate del G8. Il Genoa legal forum, con una lettera firmata dal sociologo Salvatore Pallìda e dall'avvocato Massimo Pastore, chiede alla stampa democratica di farsi promotrice di una campagna per la rimozione degli eventuali colpevoli dai ranghi. In aula ci sarà, tra gli altri Vittorio Agnoletto, eurodeputato del Prc, all'epoca portavoce del Gsf. Certo che ci saranno, oltre alle parti civili, i genitori di Carlo Giuliani, ucciso da un carabiniere negli scontri innescati senza ragione dalle guardie contro un corteo regolarmente autorizzato. Un video, a disposizione del tribunale, mostra che imbracciò l'estintore solo dopo aver visto la pistola. Ma nessun giudice chiederà mai un processo pubblico. La Bbc, invece, mostra, oltre ai volti noti di imputati, le immagini Rai finora inedite di un fantomatico ispettore della Digos di Napoli, in borghese ma col casco - non identificato, cui una collega fiorentina avrebbe consegnato la busta delle molotov, la regina della prove fasulle.

Etichette: , ,

12 novembre 2008

Genova per noi...



CANZONE DEL MAGGIO


Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
sela paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato
le vostre Millecento
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.
E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credervi assolti
siete lo stesso coinvolti.
Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso
la notte che le "pantere"
ci mordevano il sedere
lasciandoci in buona fede
massacrare sui marciapiedi
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte voi c'eravate.
E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le "verità" della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.
E se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Etichette: , ,

Scuola Diaz: Ecco l'uomo delle molotov

tratta da Repubblica.it


Eccola la fotografia-simbolo di quella notte maledetta . Inedita. Oscura. Inquietante. È stata estrapolata da un filmato girato da un operatore Rai e depositato dalle parti civili il mese scorso. Nel mosaico riportato qui a fianco, è il quadrato sulla destra in alto. Si riconoscono il cortile della scuola Diaz, le sagome dei funzionari di polizia che si allontanano dopo aver chiacchierato a lungo intorno al sacchetto azzurro con le due bottiglie incendiarie. Sullo sfondo le grandi finestre dell´istituto, le stanze illuminate. E a sinistra - piccolino, cerchiato di rosso - il profilo di un uomo sulla soglia dell´ingresso laterale. È di spalle, in borghese, indossa un casco protettivo. Nella mano sinistra stringe qualcosa. Sì. È il sacchetto azzurro delle molotov. Accanto riporta una didascalia in inglese, perché l´immagine fa parte di un´inchiesta giornalistica della Bbc di prossima pubblicazione: «Naples Digos Inspector entering Diaz Pertini». Si tratta cioè del fantomatico ispettore della Digos di Napoli che introduce materialmente nella scuola le molotov della vergogna, una della prove fasulle - la "regina" delle prove false - con cui la Polizia di Stato avrebbe voluto "giustificare" il massacro e le manette ai 93 no-global.

Il documento è paradossalmente eccezionale. Perché da un lato rappresenta il punto di non ritorno della vicenda: ecco come le forze dell´ordine hanno truccato le carte, barato, mentito fin dalla prima ora di quella notte dannata. È tutto vero: fu un pestaggio cinico e bestiale, e i servitori dello Stato preferirono raddoppiare l´orrore - aggiungendo alla carneficina l´ingiustizia della prigione - piuttosto che ammettere le proprie responsabilità, il fallimento. Ma d´altro canto, quella spaventosa bugia è così chiara, solare, che persino alcuni avvocati della difesa nella loro recente arringa la davano per scontata. Alla Diaz abbiamo imbrogliato, embé?
La catena è stata definitivamente ricostruita nel corso di quasi quattro anni di dibattimento e centocinquanta udienze. L´agente Michele Burgio prende le due molotov - che erano state sequestrate nel pomeriggio durante gli scontri di corso Italia dal vice-questore Pasquale Guaglione, e da lui affidate a Valerio Donnini, padre degli specialissimi nuclei anti-sommossa e capo di Burgio - e nel cortile della scuola le consegna al vice-questore Pietro Troiani. Il funzionario le mostra al collega Massimiliano Di Bernardini. Poi entra in ballo Gilberto Caldarozzi, l´uomo che qualche anno dopo avrebbe partecipato alla cattura di Bernardo Provenzano. Qualche minuto più tardi, il sacchetto azzurro delle molotov è impugnato da Giovanni Luperi e mostrato agli altri super-poliziotti che gli si fanno intorno. E questa, di immagine, la conosciamo bene. Quello che succede dopo ce l´hanno raccontato gli stessi protagonisti in negativo del blitz. Luperi, attuale direttore dell´ex Sisde, ricorda di aver chiamato una funzionaria che stava all´esterno della scuola. Perché mai? Per affidarle il reperto, che pure in quel momento - visti gli sviluppi successivi - aveva una straordinaria importanza investigativa. Bene: Luperi chiama Daniela Mengoni e le dice di avere cura delle molotov. E la Mengoni che fa? A sua volta chiama un sottufficiale. «Credo fosse un ispettore della Digos di Napoli». Credo, dice. Non ne conosce il nome, non è in grado di riconoscerlo. Nessuno degli ispettori Digos napoletani, rintracciati anni dopo dai magistrati, corrisponde a quello indicato dalla donna. E dunque, con lui e il sacchetto si avvicina all´entrata secondaria della scuola Diaz. Chissà perché. Si avvicina, e gli affida la prova «regina». Le molotov, che il nostro codice equipara ad armi da guerra. La prova intorno alla quale avrebbero poi giustificato l´intera operazione. «Tienile un momento, che devo fare una cosa». Lo molla lì. Quando torna, le bottiglie incendiarie saranno allineate sul lenzuolo che ospiterà il resto dell´"arsenale" sequestrato ai fantomatici Black Bloc della Diaz: i coltellini multiuso, le sottile anime in alluminio degli zaini fatte passare per spranghe, gli assorbenti femminili, la biografia del reverendo Jesse Jackson fatta passare per materiale "eversivo". E i picconi, le mazze rubate da un vicino cantiere.

Alla storia si aggiunge oggi quest´ultima immagine. Quella dell´ispettore Digos di Napoli (?) che entra nella scuola. C´è poi un altro fotogramma che ritrae lo stesso uomo mentre esattamente cinque minuti prima entra nella scuola, un camicione blu fuori dai pantaloni di colore beige. È quello in basso a sinistra. A fianco, nel terzo riquadro, l´ispettore leaving - che la lascia - la Diaz. La visiera del casco ben calata a nascondere il volto. Sono trascorsi altri quattro minuti. Nove in tutto. Per entrare, piazzare le bottiglie e andarsene. Ma tornando al riquadro lassù in alto, quello dell´ingresso delle molotov nella scuola, vale la pena di sottolineare i due funzionari indicati dalla Bbc. Uno è appunto Luperi, oggi ai vertici del ministero dell´Interno. Nel processo ha rifiutato di essere interrogato, preferendo le "dichiarazioni spontanee". Senza contraddittorio. Ha spiegato che quella sera lui era tutto sommato rimasto ai margini dell´operazione. Era soprattutto preoccupato di portare i colleghi a cena, ricordava. L´altro era Spartaco Mortola, adesso questore vicario a Torino, allora capo della Digos di Genova. L´ufficio cui vennero affidate per la custodia le molotov, il reperto trasformatosi in un boomerang per la Polizia di Stato. Le bottiglie furono "accidentalmente" distrutte dagli stessi agenti. Questa è un´altra storia, verrebbe da scrivere. Ma purtroppo la storia è sempre la stessa

11 novembre 2008

Sabina Guzzanti con gli studenti dell'Università della Calabria

Martedi 11 Novembre
ore 16:00, AULA CONSOLIDATA 1 (FACOLTA' DI ECONOMIA)

SABINA GUZZANTI
incontra gli studenti all'Università della Calabria (Cosenza)

Etichette: , , ,

10 novembre 2008

Torture alla scuola Diaz: il 12 novembre la sentenza


La sentenza per il più delicato e scomodo tra i processi del G8 è attesa a partire dal prossimo 12 novembre, giorno in cui il tribunale presieduto da Gabrio Barone si ritirerà in camera di consiglio. Sono imputati 29 tra agenti e super-poliziotti, accusati a diverso titolo di aver picchiato persone inermi ed innocenti, di aver falsificato le prove per «giustificare» il massacro, di aver mentito dall´inizio alla fine: a cominciare dal fantomatico agguato ai danni di alcune pattuglie, per continuare con la presunta resistenza da parte degli ospiti della scuola, proseguendo con il poco credibile accoltellamento di un «celerino», fino al crescendo delle bottiglie molotov introdotte ad irruzione terminata. Alla sbarra ci sono Francesco Gratteri e Giovanni Luperi, rispettivamente a capo della Direzione anticrimine centrale e dell´ex Sisde, c´è Gilberto Calderozzi, protagonista dell´arresto di Bernardo Provenzano, ci sono gli allora capi della "Celere" romana e della Digos genovese. Tutti funzionari ai vertici del ministero dell´Interno che in questi anni, e nonostante le accuse rivolte dalla procura, hanno continuato a fare carriera. Il procedimento, in cui l´accusa è sostenuta dai pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini, ha generato un secondo, imbarazzante fascicolo: è quello relativo alla falsa testimonianza del vecchio questore del capoluogo ligure, Francesco Colucci, che sarebbe stato «istigato» da Gianni De Gennaro, a lungo capo della polizia. Una storia vergognosa e purtroppo infinita.

Etichette: , , , , , ,

La notte nera della democrazia

di Giuseppe D'Aavanzo, tratto da Repubblica.it

Uno Stato che vessa e maltratta le persone private della libertà non è uno Stato democratico. Una polizia che usa la forza non per impedire reati, ma per commetterne, non può essere considerata "forza dell'ordine". Fatti di questo genere distruggono la credibilità delle istituzioni più di tanti insuccessi dei poteri pubblici. Valerio Onida, giudice emerito della Corte Costituzionale. Sono parole che bisogna tenere a mente ora che il processo per le violenze della polizia nella scuola "Diaz", durante i giorni del G8 di Genova, è prossimo alla sentenza.

* * *

Il 21 luglio del 2001 è il giorno più tragico del G8 di Genova. È morto Carlo Giuliani in piazza Alimonda in una città distrutta dai black bloc che riescono inspiegabilmente a colpire indisturbati e a dileguarsi senza patemi. Per tutto il giorno, Genova è insanguinata dai pestaggi della polizia, dei carabinieri, dei "gruppi scelti" della guardia di finanza contro cittadini inermi, donne, ragazzi, anche anziani, spesso con le braccia alzate verso il cielo e sulla bocca un sorriso.

Ora, più o meno, è mezzanotte. Mark Covell, 33 anni, inglese, giornalista di Indymedia.uk, ozia davanti al cancello della scuola Diaz, diventato un dormitorio dopo che i campeggi sono stati abbandonati per la pioggia. Covell si accorge che la polizia sta "chiudendo" la strada. Avverte subito il pericolo. Estrae l'accredito stampa, lo mostra, lo agita. I poliziotti, che lo raggiungono per primi (sono della Celere, del VII nucleo antisommossa del Reparto Mobile di Roma), lo colpiscono con i "tonfa" o "telescopic baton", più che un manganello un'arma tradizionale delle arti marziali: rigido e non di caucciù, a forma di croce: "può uccidere", se ne vanta chi lo usa. Colpiscono Mark senza motivo. Come, senza ragione, un altro poliziotto con lo scudo lo schiaccia, subito dopo, contro il cancello mentre un altro, come un indemoniato, lo picchia alle costole. Gli gridano in inglese: "You are black bloc, we kill black bloc" ("Tu sei un black, noi ti uccidiamo").

Covell cade finalmente a terra. E' semisvenuto, in posizione fetale. Potrebbe bastare anche se fosse un incubo, ma per Mark il calvario non è ancora finito. Tutti i "celerini" che corrono verso la scuola lo colpiscono a terra con calci (il pestaggio di Covell è ripreso da una videocamera). Covell rimarrà, esanime, circondato dall'indifferenza, in quell'angolo di via Cesare Battisti, al quartiere di Albaro, per oltre venti minuti. Ha una grave emorragia interna, un polmone perforato, il polso spezzato, otto fratture alle costole, dieci denti in meno. Quando si sveglia in ospedale, viene arrestato per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, concorso in detenzione di arma da guerra e associazione a delinquere. (E' ancora aperta l'indagine per individuare i poliziotti che lo hanno quasi ucciso. L'accusa: tentato omicidio).

* * *

Distruggere. Annientare. E' con questo obiettivo che, dopo aver abbattuto con un blindato Magnum il cancello, le prime tre squadre del Reparto Mobile di Roma (trenta uomini) invadono, a testuggine, il pianoterra della scuola. Arnaldo Cestaro, "un vecchietto", è sulla destra dell'ingresso. Viene travolto. Lo gettano contro il muro. Lo picchiano con i "tonfa". Gli spezzano un braccio e una gamba. Ora ci sono urla e baccano. Nella palestra, ai piani superiori ragazzi e ragazze - anche chi si è già infilato nel sacco al pelo per dormire - comprendono che cosa sta accadendo.

Tutti raccolgono le loro cose, il bagaglio leggero che si portano dietro da giorni. Si sistemano con le spalle al muro; chi in ginocchio; chi in piedi; tutti con le braccia alzate in segno di resa; chi ha voglia di un'ultima "provocazione" mostra al più indice e medio a V. Daniel Mc Quillan, quando vede le divise, si alza in piedi e dice: "Noi siamo pacifici, niente violenza". "Come se fossero un branco di cani impazziti, sono su di lui in un istante e lo colpiscono, lo colpiscono, lo colpiscono", dicono i testimoni. La furia dei celerini si scatena contro chiunque e dovunque, irragionevolmente, con furore (si vede uno che mena colpi con una specie di mazza da baseball).

Melanie Jonach racconterà di essere svenuta subito al primo colpo che la raggiunge alla testa. Gli altri, che vedono la bastonatura inflittale, ricordano i suoi occhi aperti ma incrociati, le contrazioni spastiche del corpo. Anche in queste condizioni, continuano a picchiarla e a prenderla a calci. Un ultimo calcio sbatte la sua testa contro un armadio: ora è "aperta" come un melone. Il comandante del VII nucleo, a quel punto, grida "Basta!". Raggiunge la ragazza. "La tocca con la punta dello stivale. Melanie non dà segni di vita e quello ordina che venga chiamata un'autoambulanza". (Melanie Jonach ci arriverà in codice rosso con una frattura cranica nella regione temporale sinistra).

Nicola Doherty ancora piange in aula mentre racconta: "Hanno cominciato a picchiarci immediatamente. C'era gente che piangeva e implorava i poliziotti di fermarsi. Anch'io piangevo e chiedevo che la smettessero. Uno mi è venuto vicino e con fare dolce mi ha detto "Poverina!" e mi ha colpito ancora. Sembrava che ci odiassero. Ho visto un poliziotto con un coltello in mano, bloccava le ragazze, i ragazzi e tagliava una ciocca di capelli con il coltello". Voleva il suo personale trofeo di guerra. Altri continuano a gridare, dopo aver picchiato duro: "Dì, che sei una merda". Mentre colpiscono gridano: "Frocio!", "Comunista!", "Volevate scherzare con la polizia?", "Nessuno sa che siamo qui e ora vi ammazziamo tutti!".

Lena Zulkhe, colpita alle spalle e alla testa, cade subito. Le danno calci alla schiena, alle gambe, tra le gambe. "Mentre picchiavano, ho avuto la sensazione che si divertissero". La trascinano per le scale afferrandola per i capelli e tenendola a faccia in giù. Continuano a picchiarla mentre cade. La rovesciano quasi di peso verso il pianoterra. "Non vedevo niente, soltanto macchie nere. Credo di essere per un attimo svenuta. Ricordo soltanto - ma quanto tempo era passato? - che sono stata gettata su altre due persone, non si sono mossi e io gli ho chiesto se erano vivi. Non hanno risposto, sono stata sdraiata sopra di loro e non riuscivo a muovermi e mi sono accorta che avevo sangue sulla faccia, il braccio destro era inclinato e non riuscivo a muoverlo mentre il sinistro si muoveva ma non ero più in grado di controllarlo. Avevo tantissima paura e pensavo che sicuramente mi avrebbero ammazzata".

Dei 93 ospiti della "Diaz" arrestati, 82 sono feriti, 63 ricoverati ospedale (tre, le prognosi riservate), 20 subiscono fratture ossee (alle mani e alle costole soprattutto, e poi alla mandibola, agli zigomi, al setto nasale, al cranio).

* * *

Che cosa ha provocato questa violenza rabbiosa e omicida? Come è stata possibile pensarla, organizzarla, realizzarla? Il 22 luglio, il portavoce del capo della polizia convoca una conferenza stampa e distribuisce un breve comunicato che vale la pena di ricordare per intero: "Anche a seguito di violenze commesse contro pattuglie della Polizia di Stato nella serata di ieri in via Cesare Battisti, si è deciso, previa informazione all'autorità giudiziaria, di procedere a perquisizione della scuola Diaz che ospitava numerosi giovani tra i quali quelli che avevano bersagliato le pattuglie con lancio di bottiglie e pietre. Nella scuola Diaz sono stati trovati 92 giovani, in gran parte di nazionalità straniera, dei quali 61 con evidenti e pregresse contusioni e ferite. In vari locali dello stabile sono stati sequestrati armi, oggetti da offesa ed altro materiale che ricollegano il gruppo dei giovani in questione ai disordini e alle violenze scatenate dai Black Bloc a Genova nei giorni 20 e 21. Tutti i 92 giovani sono stati tratti in arresto per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio e detenzione di bottiglie molotov. All'atto dell'irruzione uno degli occupanti ha colpito con un coltello un agente di Polizia che non ha riportato lesioni perché protetto da un corpetto. Tutti i feriti sono stati condotti per le cure in ospedali cittadini". Il portavoce mostra anche le due molotov che sarebbero state trovate nell'ingresso della scuola, "nella disponibilità degli occupanti".

* * *

Il processo di Genova ha dimostrato ragionevolmente (e spesso con la qualità della certezza) che nessuna delle circostanze descritte dal portavoce del capo della polizia (capo della polizia era all'epoca Gianni De Gennaro) corrisponde al vero. Quelle accuse sono false, quelle ragioni sono inventate di sana pianta. Si dice che l'assalto (la "perquisizione") fu organizzato dopo che un corteo di auto e blindati della polizia era stato, poco prima della mezzanotte, assalito in via Cesare Battisti con pietre, bottiglie e bastoni. Il processo ha dimostrato che non c'è stata nessuna pattuglia aggredita. Si dice che gli ospiti della Diaz fossero già feriti, quindi coinvolti negli scontri in città.

Nessuno dei 93 arrestati era ferito prima di essere bastonato dai "celerini". Poliziotti, comandanti, dirigenti hanno riferito che, mentre entravano nella scuola, c'è stata contro di loro una sassaiola e addirittura il lancio di un maglio spaccapietre. I filmati hanno dimostrato che non fu lanciata alcun sasso e nessun maglio. Il comandante del Reparto Mobile di Roma ha scritto in un verbale che ci fu una vigorosa resistenza da parte di "alcuni degli occupanti, armati di spranghe, bastoni e quant'altro". Assicura che nella scuola (entra tra i primi) sono stati "abbandonati a terra, numerosi e vari attrezzi atti ad offendere, tipo bastoni, catene e anche un grosso maglio".

Nella scuola non c'è stata alcuna colluttazione, nessuna resistenza, soltanto un pestaggio. Nessuno degli occupanti ha tentato di uccidere con una coltellata il poliziotto Massimo Nucera. Due perizie dei carabinieri del Ris hanno smentito che lo sbrego nel suo corpetto possa essere il frutto di una coltellata. Nella scuola non c'erano molotov. Come ha testimoniato il vicequestore che le ha sequestrate, quelle due molotov furono ritrovate da lui non nella scuola la notte del 22 luglio, ma sul lungomare di Corso Italia nel pomeriggio del giorno precedente. La prova falsa, manipolata, è stata inspiegabilmente distrutta, durante il processo, nella questura di Genova.

* * *

In settimana il tribunale deciderà delle responsabilità personali dei 29 imputati (poliziotti, dirigenti, comandanti, alti funzionari della polizia di Stato) accusati di falso ideologico, abuso di ufficio, arresto illegale e calunnia. Quel che qui conta dire è che la responsabilità non penale, ma tecnico-politica di chi, impotente a fronteggiare i black bloc, si è abbandonato (per vendetta? per frustrazione? con quali ordini e di chi?) a pestaggi ingiustificati e indiscriminati, non può e non deve essere liquidata da questa sentenza. Centinaia di agenti, sottufficiali, ufficiali, dirigenti di polizia, funzionari del Dipartimento di pubblica sicurezza hanno mentito durante le indagini e al processo.

E chi non ha mentito, ha negato, taciuto o dissimulato quel che ha visto e saputo. Dell'assalto alla "Diaz" non inquieta soltanto il massacro di 93 cittadini inermi diventati in una notte "criminali" a cui non si riconosce alcuna garanzia e diritto. Quel che angoscia è anche questo silenzio arrogante, l'omertà indecorosa che manipola prove; costruisce a tavolino colpevoli; nasconde le responsabilità; sfida, senza alcuna lealtà istituzionale, il potere destinato ad accertare i fatti. Le apprensioni di sette anni raddoppiano ora che, decreto dopo decreto, si fa avanti un "diritto di polizia". Il Paese ha bisogno di sapere se il giuramento alla Costituzione delle forze dell'ordine non sia una impudente finzione. Perché quel che è accaduto a Mark Covell e ai suoi 92 occasionali compagni di sventura rende chiaro, più di qualsiasi riflessione, come uno Stato che si presenta nelle vesti di sbirro e carnefice fa assai presto a diventare uno Stato criminale quando il dissidente, il non conforme, l'altro diventa un "nemico" da annientare.

Etichette: , , , , , , ,

09 novembre 2008

Pippo e Silvio





Finalmente si è fatta luce sulla regia occulta di questo governo, ad onta di quanti pensavano a Licio Gelli, trame oscure, servizi deviati, logge massoniche.
Con le ultime esternazioni del premier, è ormai evidente che l’unico grande manovratore delle strategie politiche è lui, l’insuperabile, l’inimitabile , l’inarrivabile Pippo Franco.
Dal suo geniale cervello derivano tutte le scelte acute dei politicanti, semplici burattini nelle sue mani, che svolgono diligentemente i compitini dettati dal Genio del Bagaglino, prendendo esempio dal premier che ripete parola per parola quanto suggeritogli nell’ombra dall’ex-comico di Pingitore, altro filosofo di riferimento della pattuglia destroide.
“Fatece largo che passamo noi” è già stata proposta come canzone patriottica, d’altronde “ma che ce frega ma che ce ‘mporta” non è un motto fascista tanto caro a chi si dichiara democratico ma poi dice che la resistenza è stata una guerricola civile tra pari?
E dare dell’abbronzato ad un nero, non ricorda un pò quella cara canzoncina “faccetta nera, bell’Abissinia”, tra pizzetti alla Balbo, ghigni alla Pavolini, grugniti alla Farinacci?
Ma naturalmente l’avanspettacolo prevale su tutto.
Il trionfo del Bagaglino dunque, e Pippo Franco vero colpevole di questi anni bui: è inutile dar colpe altrove, o leggere i saggi di Bauman sulla crisi internazionale, la perdita dei valori, il mondo nuovo che sorge ed i neo-barbari, inutile perdere tempo a cercare soluzioni altrove: l’opposizione dovrebbe solo chiedere di far venire alla luce le oscure manovre del comico, per rendere chiara a tutti gli italiani quella che è la verità: siamo nelle mani di un pagliaccio da strapazzo, il cui film più glorioso è stato “Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda tutta calda” e se quindi ci ritroviamo con un governo letteralmente composto da nani e ballerine, la colpa è solo sua.
Qualcuno potrebbe obiettarmi che quelli della Lega sono molto mal disposti verso romani e romanità: è vero, loro le battute se le scrivono da soli.
Uniamoci dunque contro il nasuto nemico: chiediamo l’esilio per Pippo Franco e tutti i suoi emuli, compreso il battutista number one, prima che la nazione, per il troppo ridere, sia vittima delle convulsioni, che non si sa ancora quali conseguenze possano avere.

Etichette: , ,

08 novembre 2008

SONDAGGIO



REGGIOSUD HA CAMBIATO VESTE GRAFICA, COSA NE PENSI?









07 novembre 2008

Microspia in Procura, il Csm trasferisce il Pm Cutroneo

fonte AdnKronos

Accusato di aver taciuto al suo capo il ritrovamento di una microspia negli uffici della Procura di Reggio Calabria, il Pm reggino Santi Cutroneo è stato trasferito in via cautelare. A deciderlo è stata la sezione disciplinare del Csm su richiesta del ministro della Giustizia Angelino Alfano. Al magistrato, è stata contestata anche la frequentazione con alcuni esponenti di cosche criminali. Il Guardasigilli ha inviato gli atti anche al pg della Cassazione perchè venga avviata un'istruttoria su Cutroneo.
Il trasferimento è stato disposto in via provvisoria e cautelare, prima cioè che si decida sul merito delle accuse. I comportamenti del magistrato, si legge nella richiesta dal Guardasigilli, «per la loro intrinseca gravità e per il contrasto che hanno generato» negli uffici della Procura di Reggio Calabria, anche tenuto conto «dell'intensa infiltrazione della criminalità organizzata sul territorio che notoriamente si avvale della possibile debolezza delle istituzioni per radicarsi ulteriormente», rendono la sua permanenza in Procura «assolutamente incompatibile con il buon andamento dell'amministrazione della giustizia» . Secondo l'accusa del ministro, Cutroneo avrebbe frequentato una persona denunciata per associazione mafiosa, Ugo Marino, peraltro omettendo di iscriverla tra gli indagati di un suo procedimento. Una frequentazione continuata anche quando si stava occupando di un procedimento a suo carico, visto che partecipò, come suo ospite, all'inaugurazione di un negozio a Taormina al quale erano presenti anche familiari del latitante Condello. Tutto questo senza neppure informare il collega, Salvatore Boemi, con cui condivideva l'indagine
Per Alfano la situazione è «particolarmente grave» e l'intervento immediato è «necessario per garantire la serenità» nello svolgimento dell'attività della Procura calabrese «altrimenti minato dalla presenza del magistrato».

Etichette: , , , ,

Università: cortei a Cosenza, Reggio, Catanzaro e Crotone


Manifestazioni di protesta degli studenti universitari e delle scuole medie superiori sono in corso da stamani a Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria. A Cosenza il corteo degli studenti è aperto da uno striscione con la scritta «Noi la crisi non la paghiamo». Universitari, studenti delle scuole della città, ricercatori e docenti dell'Unical si sono ritrovati a piazza Zumbini e stanno intonando cori contro il governo: «Una, dieci, cento, mille occupazioni» e poi ancora «Gelmini non ti vogliamo». A Cosenza sono giunte anche delegazioni di studenti universitari di Messina, Potenza e Reggio Calabria. «Stiamo partecipando molti docenti dell'ateneo - ha detto il preside della facoltà di Lettere dell'Unical, Raffaele Perrelli - Lo scopo principale è quello di arginare la politica del governo sia in tema di tagli che di trasformazioni delle fondazioni. È importante la nostra presenza accanto agli studenti». A Catanzaro gli studenti dell'Università Magna Grecia e delegazioni delle scuole medie superiori stanno partecipando ad un corteo che sfilerà per le vie principali del capoluogo calabrese. A Reggio Calabria, a causa della pioggia delle scorse ore, gli studenti hanno deciso di trasformare il corteo in un Sit-In in corso nei pressi del lungomare.

Etichette: , , , , , ,

06 novembre 2008

L'onda travolge la città


Non pagheremo la vostra crisi: è questo lo slogan nazionale che ha animato le lotte di queste settimane. Lo riproponiamo nella nostra città per rifiutare di pagare la crisi del capitalismo, di un sistema senza regole. La crisi non può ricadere sulla spalle della scuola, dell'università, della sanità, dei contribuenti e dei precari: non vogliamo socializzare le perdite dopo anni di privatizzazione dei profitti. Le occupazioni, le assemblee, le iniziative che hanno coinvolto e contagiato le città e l'intero paese hanno indicato come un'altra università fatta di partecipazione e democrazia sia possibile. Siamo un movimento pacifico ma determinato e non cederemo all'arroganza del governo; per questo non ci fermeremo sino a quando la Legge 133 sull'Università e il Decreto Gelmini sulla scuola non saranno ritirati. Molte cose nel mondo della formazione vanno cambiate ma il rinnovamento non passa attraverso tagli e privatizzazioni. La nostra regione, già tanto vessata dalla collusione tra politica e malaffare, sarà particolarmente colpita da queste politiche antisociali e per questo invitiamo tutti i calabresi a unirsi alla nostra protesta. Chiediamo a tutti di rispettare la nostra autonomia che trova le sue ragioni in una battaglia culturale in difesa del sapere, dell'istruzione e della ricerca pubblici. Per questo chiediamo a tutti di partecipare senza simboli al nostro corteo.Il comitato di lotta dell'Unical raccoglie l'invito dell'Università la Sapienza di Roma e promuove per il giorno 7 novembre una manifestazione a Cosenza con concentramento alle ore 10 in P.zza Zumbini.

COMITATO DI LOTTA UNICAL - http://comitatounical.blogspot.com/

Etichette: , , ,

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica e non va considerato un prodotto editoriale ai sensi della Legge 62/2001. Qualche immagine è presa dalla rete, se ciò risultasse sgradito all'autore verrà immediatamente eliminata. Chiunque può commentare e riprodurre i contenuti di questo blog citando la fonte